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Associazione di promozione  sociale che ha ideato e progettato l’area cani e Villa Mylius ed organizza incontri seminari ed eventi per il benessere degli amici a 4 zampe.

 

Il randagismo

 

Per affrontare una problematica di questo tipo è necessario dapprima, seppur mediante una stima necessariamente approssimativa, partire dal numero di cani e gatti presenti sul territorio, per arrivare in seguito a definire il rapporto di quest’ultimi con l’uomo.

 

La popolazione canina è stimata in circa 7.500.000 soggetti, ovvero un ottavo della popolazione umana in Italia con circa 600.000 cani randagi di cui solo un terzo ospitati nei canili rifugio (fonte Ministero della Salute); il numero dei gatti è stimato in oltre 8.500.000 soggetti di cui 2.500.000 liberi.

 

Ma quando un cane può essere definito randagio?

Dal punto di vista etimologico il termine randagio deriva dal termine marinaresco “randeggiare” ovvero “andare di randa cioè navigare rasente la costa, al minimo di distanza consentito dalla profondità delle acque” ovvero che va in giro, girovago, vagabondo, che vaga senza padrone fuori da un branco. Tale termine è riferibile anche all’uomo, nel senso di “persona che va errando per il mondo senza meta né dimora”.

 

Narra Machiavelli nell’atto primo, scena 2, del suo capolavoro del teatro del ‘500, la Mandragola:

“Tu erri. Quando io era più giovine, io ero stato molto randagio,

e non si fece mai la fiera a Prato, ch’io non v’andassi,

e non ci è castel veruno all’intorno, dove io non sia stato”.

 

In realtà il termine “cane randagio”, seppur di uso comune, è improprio in quanto non presente, al momento, in alcuna definizione di legge. Esso si identifica, quindi, con la definizione di “cane vagante” prevista dal Regolamento di Polizia Veterinaria nonché dall’art. 2 della Legge 281/91.

 

Consideriamo, ora, nel dettaglio le tipologie di cani riscontrabili sul territorio inquadrandole dal punto di vista giuridico. La prima è quella del cosiddetto:

 

CANE VAGANTE

Terminologia prevista dal Reg. di Polizia Veterinaria art. 83 e seg. D.P.R. n°320/1954 ovvero: cane che si trova nelle vie o in altro luogo aperto al pubblico, non condotto al guinzaglio, senza la prescritta museruola.

 

 

Un cane vagante può essere:

 

ABBANDONATO

Un cane vagante può essere: Abbandonato Si manifesta l’effettiva volontà del proprietario e per il quale non esistono denunce di smarrimento (da effettuarsi entro 7 giorni dal fatto).

 

 

SFUGGITO

Non vi è volontà del proprietario di disfarsene, in quanto l’animale è fuggito effettivamente al proprietario nonostante le precauzioni adottate.

 

 

SMARRITO

Cane inizialmente sotto il diretto controllo del proprietario ma accidentalmente perso: durante battute di caccia, quando lasciato libero di giocare in un parco etc...

 

 

CANE VAGANTE CATTURATO

Cane catturato solo ed esclusivamente da parte dell’accalappiacani convenzionato con l’ASL, da operatori del Servizio Veterinario o comunque da operatori appositamente incaricati dalle Pubbliche Amministrazioni.

 

 

CANE VAGANTE RITROVATO

Cane vagante, non catturato dall’Autorità Pubblica o dagli operatori del Servizio di accalappiamento, bensì da un privato cittadino.

 

CANE CONSEGNATO

Cane consegnato da terzi e che non sempre risponde alla condizione di “cane vagante”, ad esempio un cane ritirato da un privato ad una terza persona che manifestava la volontà di disfarsene; cani prelevati presso locali o luoghi in disuso etc...

 

CANE RANDAGIO

Termine, come già detto, improprio ma di uso comune che potrebbe eventualmente essere riconducibile ad un animale che non riconosce più un proprietario, ha un tasso di riproduzione basso ed una mortalità elevata, ma che mantiene una connessione con i centri urbani dove trova rifugio e cibo, spesso portato da persone. Non sfugge l’uomo e la popolazione è costantemente incrementata dai continui abbandoni.

 

CANE INSELVATICHITO

Si tratta di animali completamente autonomi per le proprie esigenze alimentari, tendono ad evitare il contatto con l’uomo, sono organizzati in branchi e manifestano modelli di comportamento primordiali. Hanno un alto tasso di prolifi cità ed alta mortalità. Il fenomeno è legato solo ad alcune realtà territoriali del Sud Italia ma, essendo l’istinto di predazione molto alto, il pericolo per l’uomo è sicuramente maggiore rispetto alle altre categorie.

 

 

Stabilite le varie categorie di cani ed al di là dei problemi etici legati all’abbandono di tali animali che meriterebbero una trattazione a parte ma che esulano, anche se non completamente dall’obbiettivo del presente manuale, passeremo in rassegna gli effetti negativi ed i pericoli che tale fenomeno, ivi compresa l’omessa custodia, determinano sul territorio. Incominciamo con i pericoli per l’incolumità pubblica. Numerose sono le aggressioni, anche letali, da parte di animali incustoditi nei confronti delle persone. I recenti episodi avvenuti a Livorno e nella periferia di Milano, che riportano alla ribalta il drammatico fatto avvenuto nel 2009 nel Ragusano, nei confronti di un bambino di 10 anni, rappresentano l’esito estremo di una problematica lasciata andare alla deriva. Non sempre tali aggressioni avvengono per l’indole particolare dell’animale, ma semplicemente perché l’aggredito viene a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

 

 

Soccorrere senza le dovute cautele un animale investito, ancora sotto shock, o cercare di dividere due animali che si aggrediscono perché lasciati incautamente liberi in un parco pubblico, porta sovente colui che interviene a subire danni fi sici e, conseguentemente, al ricorso al Pronto Soccorso. Diffi cile quantifi care quante persone subiscano danni a causa di incidenti o morsicature. È suffi ciente giudicare in base al numero di animali morti giacenti sulle strade per affermare che la frequenza è sicuramente allarmante. I dati reperibili in internet sono molto variabili e come tali destinati ad attenta valutazione. Riporto, tuttavia, uno studio effettuato da colleghi dell’Università di Bari che hanno effettuato un’indagine intesa a quantifi care il numero degli animali investiti dalle auto lungo tre strade a scorrimento veloce (Provinciali e Statali) lunghe circa una trentina di Km ciascuna.

 

 

Complessivamente, ed in particolare nelle ore notturne, sono state osservate più di 100 carcasse, fra le quali 54 appartenenti a cani, 46 gatti e 2 volpi. Il periodo di permanenza delle carcasse sul manto stradale si è rilevato estremamente variabile, con punte massime anche di 15 giorni. Il bimestre di riferimento ha riguardato i mesi tra Novembre e Gennaio, considerati periodi annuali minimi di abbandono. È evidente che a tali dati sfuggono le collisioni che non hanno comportato il decesso immediato dell’animale e quelle in cui il guidatore ha prestato soccorso all’animale trasportandolo presso ambulatori veterinari. È altrettanto evidente che tale dato non può essere applicato tout court su tutto il territorio nazionale in quanto il randagismo è strettamente legato al mutare delle condizioni socio-culturali, economico-produttive e soprattutto ambientali che portano ad un rapporto uomo-cane meno stretto via via che si scende lungo la Penisola. Sul fronte morsicature la maggior parte dei dati sono tratti dai referti per la profi lassi antirabbica compilati in sede di Pronto Soccorso. Sfuggono, anche in questo caso, i dati riferibili alle persone che, seppur morsicate, decidono di optare per il “fai da te” ed evitano di recarsi dal proprio medico curante o al Pronto Soccorso. Nella sola città di Milano si sono registrate nell’anno 2000 più di 1.000 morsicature che rappresentano circa un decimo delle morsicature denunciate nel medesimo anno nella Regione Lombardia.

 

 

 

I dati per la nostra Provincia sono, riferiti agli ultimi anni, i seguenti: Anno 2009: 277 morsicature denunciate Anno 2010: 278 morsicature denunciate Anno 2011: 308 morsicature denunciate Tali dati non tengono conto della divisione tra cani di proprietà conosciuti e vaganti sconosciuti ovvero quelli di interesse della presente trattazione. È evidente però come l’approccio per il medico è differente a seconda della tipologia di cane che morde in quanto, nel primo caso, è possibile sottoporre l’animale ad osservazione sanitaria nei 10 giorni che seguono la morsicatura mentre, nel secondo caso, l’approccio deve essere improntato alla massima prudenza per il morsicato e la lesione trattata quindi come potenzialmente effettuata da un soggetto sospetto di infezione rabbica. Sfuggono anche in questo caso tutte le morsicature non segnalate. La Regione Lombardia con D.D.G. 14/10/2010 N° 10401 ha inteso modifi care le preesistenti linee guida in materia di interventi di sanità pubblica per la prevenzione del fenomeno del randagismo (D.d.g. n. 7686, 13 maggio 2003) ed ulteriormente integrare ed aggiornare la normativa nazionale stabilendo che: “Tutti i casi di lesioni provocate da un animale all’uomo o ad altri animali devono essere segnalati con sollecitudine ai Servizi di Igiene Pubblica o ai Servizi Veterinari delle ASL per consentire il tempestivo controllo sanitario degli animali da parte dei Servizi Veterinari competenti. Sono tenuti alla denuncia i proprietari degli animali responsabili della lesione e i Medici o i Veterinari che ne siano comunque venuti a conoscenza. La denuncia obbligatoria di qualsiasi caso di morsicatura consente di monitorare il fenomeno e raccogliere dati epidemiologici puntuali, come strumenti indispensabili per l’adozione di ulteriori provvedimenti.” Ho deciso di dedicare un capitolo a parte al problema rabbia, anche in conseguenza dei recenti casi di rabbia silvestre nel Veneto e Trentino. Accanto ai pericoli per l’incolumità pubblica annoveriamo quelli per la Sanità Pubblica legati alla diffusione incontrollata di infezioni batteriche, virali, protozoarie, da miceti e da parassiti trasmissibili all’uomo. In questa sede, per ovvie ragioni di spazio, mi limiterò alla sola elencazione parziale delle principali zoonosi legate al fenomeno del randagismo (Tab. 1), lasciando al lettore l’eventuale approfondimento delle singole patologie.

 

 

Tale rassegna evidenzia malattie vecchie e nuove e, pur non volendo avere alcun intendimento allarmistico, non può permettere agli operatori di Sanità Pubblica di minimizzare od abbassare la guardia, al fi ne di evitare di dover affrontare in futuro situazioni di emergenza che, come tali, potrebbero portare a soluzioni impopolari, ma necessarie. Attualmente non si può tacere la ricaduta che queste malattie hanno sul piano economico in termini di giornate lavorative perse, ospedalizzazioni, danni fi sici con esiti invalidanti permanenti etc... Tali danni possono essere riferiti anche al patrimonio zootecnico in particolar modo in alcune regioni dove i cani randagi o inselvatichiti sono più presenti. Regioni che subiscono anche un danno all’attività turistica, per il disagio arrecato da branchi di cani che stazionano lungo le spiagge o che disturbano le passeggiate dei turisti. È ancora nel ricordo di molti la grave aggressione ad una turista tedesca di 24 anni azzannata sulla spiaggia tra Marina di Modica e Sampieri nel Ragusano da un gruppo di 7/8 cani. Non si sottrae ad un danno considerevole neppure il nostro “patrimonio faunistico” oggetto di caccia. Patrimonio che risulta in realtà più virtuale che reale, provvisorio, di carattere artifi cioso e dipendente da continue reimmissioni di soggetti allevati sui quali il randagismo ha un effetto maggiormente destabilizzante e di disturbo rispetto ad animali veri selvatici inseriti da tempo sul territorio e, quindi, in grado di attuare accorgimenti atti alla sopravvivenza. Citiamo infi ne i danni alle colture, l’imbrattamento fecale dei luoghi pubblici, anche se non esclusivo dei randagi (un cane di taglia media produce al giorno circa 100g di feci ed 1 litro di urine), la dispersione dei rifi uti ed il rimescolamento genetico con specie protette quali i lupi.

 

 

 

Tratto da: La provincia di Varese e la lotta al Randagismo

Si ringrazia  il Dott. Coerezza e La Provincia di Varese, per la gentile concessione dell'utilizzo dei testi qui riportati


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